Coronavirus, perché uccide di più: lo studio

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Se l’Rt è ormai sceso sensibilmente in tutta Italia, gli effetti dei miglioramenti sul numero di decessi hanno bisogno di più tempo per manifestarsi. Lo spiega Graziano Onder, responsabile del dipartimento malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e dell’invecchiamento dell’Istituto superiore di sanità: “In base ai nostri dati, mediamente passano circa due settimane tra il tampone positivo e il decesso. Però è plausibile che in certi casi possa trascorrere anche un mese, come sostengono alcuni colleghi.”

Tempistica che combacia con la somministrazione delle cure: “Non sta crescendo, cosa che dimostra come dal punto di vista delle terapie non sono stati fatti grandi progressi — sottolinea Onder— Ha dato alcuni risultati giusto il cortisone, qualcosa forse fanno le eparine a basso peso molecolare per certi casi, ma non ci sono antivirali che combattano il coronavirus”.

Altra differenza da considerare è la diversa distribuzione dei decessi rispetto alla prima ondata: “Vediamo dati più alti perché adesso non si muore per Covid solo al Nord, come nella prima fase, ma anche al Centro e al Sud.”

Un report periodico realizzato su 32 comuni italiani dal Dipartimento di epidemiologia e prevenzione (Dep) del Lazio per il ministero della Salute, conferma un aumento delle vittime al Centro-Sud. Lo studio confronta i dati registrati all’anagrafe sulla mortalità odierna, con i decessi attesi in base alle proiezioni sui cinque anni passati.

Secondo la ricerca, durante il picco della prima ondata di coronavirus si sono registrati nel Nord il 72% delle morti in più rispetto a quelle previste e il 10% al Centro-Sud.  Nella prima metà di novembre invece nei Comuni settentrionali presi in esame sono stati il 75% in più dei decessi ipotizzati, ma nel resto del Paese la percentuale è aumentata fino al 46%.