Covid, ecco come scoprire se il vaccino ha funzionato

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I test di laboratorio sono un pilastro fondamentale nel contrasto a Covid-19. Non è un caso che la strategia delle 3 T (Test, tracing and treat) inizi proprio con la capacità di individuare chi è positivo al virus. Se allo scoppio della pandemia l’unico esame a disposizione era l’ormai noto “tampone“, oggi sono allo studio diversi sistemi più veloci per verificare l’eventuale positività a Sars-Cov-2. Una carattersitica, quella della velocità, fondamentale per poter spegnere sul nascere qualsiasi focolaio.

Il tampone, termine che abbiamo imparato in questi mesi di pandemia nostro malgrado, appartiene a quella serie di indagini diagnostiche noti anche con il nome di “test molecolari“. Il tampone rappresenta l’esame principale e il più affidabile per stabilire la presenza del virus. Il test si fonda sulla ricerca dei frammenti del materiale genetico di cui è composto il virus. Il materiale biologico che viene analizzato proviene dalle cavità nasali della persona che si sospetta essere positiva al virus. La presenza di questi frammenti indica l’avvenuto contatto con il virus e dunque la positività. Oltre ad esporre l’operatore che lo esegue al rischio di infettarsi, l’unico vero limite del test è la lentezza nell’ottenere i risultati. Da qualche ora per i laboratori più organizzati a diversi giorni negli altri casi.

Con l’arrivo dei vaccini, il test sierologico ha una nuova importante funzione

Scoprire se la persona vaccinata ha sviluppato gli anticorpi e in quale quantità. In altre parole, scoprire se e quanto il vaccino ha funzionato. Quando sentiamo dire che un vaccino ha una efficacia per esempio dell’80% vuol dire che, su dieci persone vaccinate, due sono non-responder, non sviluppano cioè anticorpi o ne sviluppano pochi. Insomma, tutti i vaccini sono efficaci, quello che cambia è la quantità di persone che potrebbero non rispondere.

La vaccinazione è uno stimolo alla produzione di anticorpi e sembra produrne di più di quanti ne produca mediamente il virus stesso, ma negli anziani – la cui risposta immunitaria è minore di quella dei giovani – e in altre categorie a rischio, sapere se si è fra quelli su cui il vaccino ha funzionato e quanti anticorpi sono stati prodotti è importante.

“In tutti i tipi di vaccini, anche quelli per l’influenza, ci potrebbero essere i non-responder.  […] In questa fase in cui si si sta utilizzando un vaccino di tipo nuovo, pensiamo al vaccino a RNA, e si sa poco di questo virus, sarebbe utile sottoporre i vaccinati, dopo 10-15 giorni dalla seconda dose, ad uno screening sierologico per vedere se effettivamente hanno risposto.”

Anche se non è previsto al momento uno screening di massa in questo senso, saranno fatti i test sierologici nelle strutture sanitarie e in quelle in cui c’è contatto con categorie a rischio, oltre che in aree geografiche circoscritte a scopo di studio.

Il presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), Massimo Inguscio, ha annunciato per esempio che sta per partire una grande indagine sierologica per studiare la risposta alla vaccinazione anti-Covid. Ai test sierologici si sottoporranno 10.000 volontari selezionati da tutte le Regioni. L’indagine, svolta all’interno del progetto Virus Memory dovrebbe anche fornire utili conoscenze e strumenti per dare risposte più rapide alle prossime pandemie.

Chi ha avuto il Covid deve vaccinarsi?

I test sierologici durante la vaccinazione hanno altre importanti funzioni. I dati raccolti sono infatti importantissimi per studiare il virus, le sue varianti, i vaccini stessi, nonché le priorità di vaccinazione e quindi la strada migliore verso “l’immunità di gregge”. Per esempio, sapere chi ha già contratto il Covid, e quindi ha una protezione contro il virus, serve a capire chi e quando vaccinare.

Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani e infettivologo del Comitato tecnico scientifico, ha dichiarato: “Chi ha già avuto il Covid non si deve vaccinare perché ha degli anticorpi naturali. Semmai si dovrà controllare il livello di anticorpi e quando questi dovessero scendere si può considerare una vaccinazione”.

Come spiega il professor Massimo Galli, direttore del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano: “La probabilità di avere reinfezioni è molto bassa. Se prendiamo un lavoro del Qatar, su più di 100 mila persone guarite riguardano lo 0,2 per 1.000. “Sono fermamente convinto che ci si debba rendere conto che non si può utilizzare il vaccino anche quando non serve, visto che non è poi così tanto. E l’unico contesto in cui io ritengo che non serva, almeno subito, è quello delle persone con una pregressa infezione.”