Covid, terza dose di vaccino: servirà a “rinfrescare” l’immunità

Roberto Speranza, ministro della Salute, ha dichiarato nella trasmissione Che tempo che fa, condotta da Fabio Fazio, che “sarà molto probabile dover fare una terza dose di vaccino, un richiamo che sarà probabilmente modificato per coprire le varianti del coronavirus.

Bisognerà dunque passare da una fase straordinaria a una fase ordinaria e penso che questa nuova ordinarietà possa essere affidata alla nostra straordinaria rete di medici di medicina generale“. Si apre dunque il dibattito sulla terza dose: vediamo perché farla, quando e con quale farmaco.

“È molto probabile che una terza dose di vaccino dovrà essere fatta”, ha dichiarato Sergio Abrignani, membro del Comitato tecnico scientifico e immunologo dell’Università di Milano al Corriere della Sera. “Ma al momento non sappiamo se contro una variante diversa e non sappiamo quando, forse in autunno, più probabilmente all’inizio del prossimo anno“. Indicazioni in merito arrivano dagli Usa, dove Moderna sta studiando un nuovo richiamo con dosaggio inferiore del proprio vaccino a mRna, efficace contro la variante sudafricana e quella indiana.

Una terza inoculazione, ovvero il “booster” potrebbe diventare necessario con l’arrivo di nuove varianti del coronavirus capaci di aggirare lo scudo immunitario prodotto dai vaccini attualmente in uso, che per ora si sono rilevati efficaci contro i vari ceppi, seppur in maniera diversa in base alla tipologia. La variante indiana è quella più pericolosa in circolazione. La prima dose non protegge infatti dalla malattia, che può essere contratta in forma non grave. Potrebbe essere necessario un ulteriore richiamo per proteggersi anche da questa eventualità.

Il booster potrebbe essere necessario anche perché non è ancora chiaro se i vaccini proteggano dal Covid per sempre o se l’immunità acquisita con i farmaci usati abbia una “scadenza”. Dagli studi è emerso che i pazienti presentano gli anticorpi fino a 10 mesi dopo la fine del ciclo vaccinale con due dosi, e per questo potrebbe entrare in gioco l’utilizzo di una terza dose. Al momento è in corso uno studio nel Regno Uniti per misurare le risposte immunitarie a distanza di intervelli variabili dopo la seconda dose, ovvero 28, 84, 308 e 365 giorni.

La terza dose sarà dunque mirata a sconfiggere le varianti e “rinfrescare” gli anticorpi, ed è ipotizzabile che possano essere usati anche vaccini diversi, considerando che quelli adenovirali, dunque AstraZeneca e Johnson & Johson, sarebbero meno efficaci dopo la prima dose a causa del tipo di risposta immunitaria che inducono. Uno studio spagnolo ha concluso, riporta il Corriere della Sera, che fare la prima dose con AstraZeneca e la seconda con Pfizer sarebbe addirittura consigliato per aumentare la presenza di anticorpi contro il coronavirus.