Meno prodotto nella confezione, ma il prezzo alla fine è lo stesso. Si chiama shrinkflation, termine che viene dall’unione del verbo to shrink, restringere, e della parola inflation, inflazione. Il consumatore abituato ad acquistare i biscotti, le patatine o le bibite di una certa marca non sempre controlla il peso.

Secondo le stime di Assoutenti, è che il “trucco” messo in atto dai produttori per non subire una riduzione dei consumi arriva a svuotare il suo carrello anche del 30%, facendolo spendere di più e comprare più spesso.

Grazie alla collaborazione della community degli ACmakers, il progetto che permette di partecipare in prima persona ai test e sondaggi Altroconsumo, sono stati raccolti diversi casi che aiutano a fare luce su questo fenomeno che non è una novità neanche in Italia. Fra i casi analizzati ci sono prodotti alimentari, ma non solo quelli. Ci sono confezioni di formaggio che da 200 grammi sono passate a 190 e fazzoletti di carta che erano 10 in una confezione e sono diventati nove.

Le associazioni a tutela dei consumatori hanno ovviamente a loro volta acceso un faro sul fenomeno. “Il rischio è che l’utente possa trovarsi disorientato di fronte a queste modifiche o che non se ne accorga”, spiega a ilfattoquotidiano.it Antonella Borrometi di Altroconsumo. “È una pratica di marketing lecita, ma deve essere fatta in modo trasparente. Il nostro obiettivo è allertare e sensibilizzare i cittadini”. Il modo migliore per difendere il proprio potere d’acquisto, visto che il cambiamento del peso spesso non è ben indicato sul fronte delle confezioni, è sempre quello di confrontare il prezzo della merce al chilo o al litro. “Non bisogna farsi confondere dal fatto che la grandezza del contenitore resti uguale – mette in guardia Borrometi -. Due pacchi possono sembrare identici l’uno accanto all’altro, ma in realtà cambia il peso”.