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Ottime notizie dai vaccini, ritardando fino a 3 mesi il richiamo dei vaccini Pfizer e Moderna ci sarebbe un’immunità addirittura tre volte maggiore. Questa la scoperta emersa da uno studio in fase di pubblicazione, secondo il quale il rinvio della seconda dose del preparato a mRna a tre mesi porterebbe a una protezione tre volte superiore rispetto alle evidenze scientifiche rilevate finora, soprattutto negli anziani.

Si tratta del primo report di analisi congiunta dei dati dell’anagrafe nazionale vaccini e della sorveglianza integrata Covid-19. L’analisi condotta riguarda le persone a cui è stata somministrata almeno una dose di un qualunque vaccino anti Covid-19, approvato e distribuito nel territorio nazionale a partire dal 27 dicembre 2020, e valuta il tasso di incidenza di diagnosi di infezione da SARS-CoV-2, di successivo ricovero e di decesso dopo almeno la somministrazione della prima dose.

Dall’indagine sono stati esclusi tutti i soggetti che avevano una diagnosi di infezione SARS-CoV-2 con data precedente a quella della prima vaccinazione. Inoltre, da tutte le analisi sono state escluse le persone vaccinate che non avevano un tempo di osservazione (il cosiddetto follow-up) congruo per poter avere sviluppato gli eventi in studio ed essere stati notificati al sistema di sorveglianza.

Vaccini Covid e efficacia, cosa dicono gli studi clinici

Le prove sull’efficacia e la sicurezza dei vaccini autorizzati dall’EMA e dall’AIFA derivano da studi clinici controllati. Va comunque tenuto presente che le conoscenze disponibili sul profilo beneficio-rischio dei vaccini continueranno ad essere raccolte gradualmente con il proseguire delle campagne vaccinali attualmente in corso nei vari Paesi.

Di recente sono stati pubblicati studi osservazionali che hanno valutato l’efficacia nella pratica dei vaccini Covid in Gran Bretagna, in Israele e in Italia.

I primi due mostrano che alla somministrazione del vaccino Pfizer si associa una riduzione sostanziale del rischio di infezione asintomatica e sintomatica già a 7 giorni dal completamento dell’intero ciclo vaccinale. Le stime riportate della prevenzione dell’infezione si attestano attorno a valori dell’85% per lo studio britannico e 92% e 94% (sintomatici) per lo studio israeliano.

Gli stessi studi indicano inoltre un’efficacia preventiva a partire dalla terza settimana successiva alla somministrazione della prima dose. Sul vaccino Pfizer è stato anche pubblicato recentemente uno studio di coorte condotto in Italia in una popolazione di operatori sanitari della provincia di Treviso i cui risultati sono in linea con i dati riportati in Israele e Regno Unito.

Il vaccino Vaxzevria, ex AstraZeneca, è stato valutato in uno studio condotto in Gran Bretagna che ha stimato in una popolazione di soggetti anziani di 70 anni o più un’efficacia del 60% a partire dai 28 giorni successivi alla prima dose.

Per quanto riguarda gli effetti della vaccinazione sul rischio di ospedalizzazione, gli studi disponibili evidenziano un rischio minore di ospedalizzazione nei vaccinati con Pfizer e AstraZeneca rispetto ai non vaccinati e un rischio minore di mortalità associato alla somministrazione del vaccino Pfizer.

Quante persone sono state vaccinate e quando si sono ammalate

Considerando l’Italia, sono 7.370.008 le persone vaccinate prima del 4 aprile 2021, di cui il 65% ha ricevuto almeno una dose di Pfizer, il 29% la prima dose di AstraZeneca e il 6% almeno una dose di Moderna. Il 97% ha completato il ciclo vaccinale con Pfizer, il 91% con Moderna e nessuno con AstraZeneca.

Il 92,7% delle persone vaccinate con Pfizer e Moderna prima del 4 aprile 2021 sono state aderenti alla schedula vaccinale (seconda dose tra 21 e 25 giorni per Pfizer e tra 28 e 30 per Moderna). La minore percentuale di aderenza si osserva nelle Regioni del Sud, tra gli ospiti delle RSA e tra il personale scolastico mentre non ci sono marcate differenze per età e genere.

Nella valutazione dei tassi di incidenza di diagnosi per periodo bisogna tener conto della diversa circolazione del virus nella popolazione e della composizione della popolazione vaccinata determinata dalle categorie prioritarie definite nel Piano vaccini.

In tutti i periodi considerati fino al 4 aprile 2021 si osserva una rapida riduzione dell’incidenza di diagnosi a partire dai 14 giorni successivi alla somministrazione della prima dose. Si osserva anche che il tasso di incidenza nel periodo di riferimento (entro 14 giorni dalla somministrazione della prima dose) è diminuito con il progredire dei periodi di vaccinazione riflettendo, almeno in parte, il passaggio da categorie di popolazione più esposte (es: operatori sanitari e ospiti RSA) a categorie meno esposte.

L’incidenza di diagnosi di Covid-19 nelle due settimane successive alla prima dose di qualsiasi vaccino è stata di 2,90 per 10.000 giorni persona, che si riduce a 1,33 nel periodo superiore a 15 giorni dalla prima dose. Riduzione che si osserva anche stratificando per genere, area geografica, categorie prioritarie di vaccinazione e periodo di calendario.

E risulta ancora più evidente se si considera la gravità nei 30 giorni successivi alla diagnosi. L’incidenza di ricovero passa da 0,44 a 0,18 per 10mila giorni persona, quella dei decessi da 0,18 a 0,04. L’età mediana delle persone vaccinate con una diagnosi è di 57 anni, con un ricovero successivo alla diagnosi è di 84 anni e delle persone decedute è di 87 anni.