Il Covid sta cambiando

Siamo entrati in una nuova fase,nell’endemia, che probabilmante mette fine alla pandemia? Ancora troppo presto per dirlo, ma “i numeri sembrano segnalare una nuova fase da 7 giorni” ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza a Skytg24. “Nell’ultima settimana si registrano circa il 30% di casi in meno rispetto a quella precedente. C’è un segno meno anche su ricoveri, ma è importante restare con i piedi per terra. Serve ancora una grande attenzione. I numeri sono comunque ancora alti”.

Chi è più colpito adesso dal virus

La fascia di età che registra il più alto tasso di incidenza settimanale è quella 0-9 anni, con un’incidenza pari a 2.860 per 100mila abitanti, subito seguita dalla fascia d’età 10-19, in cui si registra un’incidenza pari a 2.317. La buona notizia è che comunque entrambe sono in diminuzione rispetto alla settimana precedente.

L’incidenza più bassa, ma sempre molto elevata, si rileva invece nelle fasce di età 70-79 e 80-89, ampiamente coperte dai vaccini fino alla terza dose, dove si registra, rispettivamente, un’incidenza pari a 570 e 565 per 100mila abitanti.

Mentre il governo fissa nuove regole sulla quarantena, l’epidemia, pur mostrando segnali di inversione, rimane in una fase che l’Iss definisce “delicata”, con un forte impatto sui servizi territoriali e assistenziali. Per questo è comunque necessario continuare con il rigoroso rispetto delle misure comportamentali individuali e collettive, e in particolare distanziamento interpersonale, uso della mascherina, aereazione dei locali, igiene delle mani, riducendo le occasioni di contatto ed evitando, in particolare, situazioni di assembramento.

Una più elevata copertura vaccinale, in tutte le fasce di età, anche quella 5-11 anni, il completamento dei cicli di vaccinazione e il mantenimento di una elevata risposta immunitaria attraverso la dose di richiamo, sono gli strumenti necessari a mitigare l’impatto soprattutto clinico dell’epidemia anche sostenuta da varianti emergenti.

Cosa aspettarci dall’evoluzione del virus dopo la variante omicron

Per capire in che modo il coronavirus continua a evolversi in varianti sorprendenti con nuove mutazioni è utile fornire un po’ di contesto: il genoma del virus sars-cov-2 è lungo trentamila lettere, e questo significa che il numero di possibili combinazioni di mutazioni è inimmaginabile. Come mi ha spiegato Jesse Bloom, virologo del Fred Hutchinson cancer research center, questo numero supera di gran lunga quello degli atomi presenti nell’universo conosciuto.

Gli scienziati cercano di rappresentare le possibili evoluzioni del virus in un “paesaggio adattativo”, uno spazio iperdimensionale composto di picchi e di valli. Più sono alti i picchi che il virus scopre e più diventa “adatto” ovvero efficace nell’infettare le persone.

Più il virus si replica, incrementando il numero di mutazioni, e più aumenta la probabilità che trovi nuovi picchi. Per prevedere come potrebbe evolversi il virus dovremmo conoscere la topografia dell’intero paesaggio adattativo. Come potete immaginare, non siamo in grado di farlo, e non ci andiamo nemmeno lontanamente vicini. “Non sappiamo quali picchi esistano.

Per esempio non sapevamo che il picco omicron esistesse”, spiega Sarah Otto, biologa evolutiva dell’università della British Columbia. “Quindi non siamo in grado di ipotizzare cos’altro potrebbe accadere”.

Ciò che possiamo dire con certezza è che la maggioranza delle mutazioni renderà il virus meno “adatto” (le valli) o non avrà alcun effetto (le dorsali), ma un numero ridotto darà luogo ai picchi.

Non sappiamo però quanto saranno alti o frequenti questi picchi. Quando la variante delta ha cominciato a diffondersi sembrava che avrebbe spazzato via le altre. “Ero sicura che la variante successiva sarebbe nata dalla delta”, d Katie Koelle, biologa della Emory university. E invece è emersa la omicron, su un picco distante, in una direzione che nessuno aveva considerato.

Nuovi picchi

La prossima variante potrebbe essere altrettanto sorprendente. Potrebbe essere più aggressiva, o più contagiosa. Di sicuro si affiderà a nuovi metodi per sfuggire agli anticorpi che abbiamo sviluppato. Il virus continuerà inevitabilmente a trovare nuovi picchi.

A complicare ulteriormente il tentativo di prevedere l’evoluzione del virus c’è il fatto che il paesaggio adattativo viene continuamente rimodellato in funzione del nostro mix di immunità che cambia con l’avvicendarsi delle vaccinazioni e dei contagi con le nuove varianti. Questo processo altera ciò che per il virus significa essere “adatto”. Alcune montagne crolleranno, mentre alcune colline si innalzeranno. In ogni caso è difficile che il virus muti così tanto da ridurre a zero la nostra immunità contro le forme più gravi.

Mano a mano che sempre più persone acquisiscono una certa immunità attraverso i vaccini o il contagio, le manifestazioni più gravi della malattia tendono a diminuire. La probabilità che le varianti future continuino a provocare un alto numero di contagi dipende da quanto la nostra immunità sarà confermata dopo numerose esposizioni al virus. Diversamente da altri patogeni che hanno attraversato il paesaggio adattativo negli umani per un lungo arco di tempo, il sars-cov-2 ha appena cominciato.

Più cresce il numero di persone da infettare e maggiore è la porzione del panorama adattativo che il virus può esplorare

Le varianti del coronavirus continuano a sorprenderci perché i suoi balzi evolutivi non si erano mai visti in precedenza. La omicron presenta più di 50 mutazioni, di cui 30 solo nella proteina spike. Sui quattro coronavirus stagionali che provocano un semplice raffreddore, due accumulano appena 0,3 oppure 0,5 mutazioni adattative all’anno nella proteina spike, il terzo non sembra variare affatto mentre il quarto è un mistero, perché non abbiamo a disposizione dati a lungo termine sufficienti.

L’influenza è capace di fare grandi salti attraverso un processo chiamato ricombinazione che può provocare pandemie (come dimostra il caso della H1N1 nel 2009), ma in generale quella stagionale presenta una o due mutazioni all’anno nella proteina fondamentale, spiega Koelle.