La Cina ha sconfitto il coronavirus: ecco come ha fatto

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La Cina stando ai dati ufficiali, è riuscita ad abbattere la curva dei contagi e ha così evitato la seconda ondata che invece sta colpendo l’Europa. La Cina, epicentro del Sars-Cov-2 con Wuhan, dove tutto è iniziato. Com’è possibile che ora in tutto il Paese, e a Wuhan in particolare, si sia tornati a un’assoluta normalità? E a che prezzo?

Al 26 ottobre 2020 ha segnalato solo 20 nuovi casi Covid-19 confermati, tutti importati (11 casi a Shanghai, 2 casi nella Mongolia interna, 2 casi nello Shaanxi, 1 caso nell’Hebei, 1 caso nello Shanxi, 1 caso nel Fujian, 1 caso nel Guangdong e 1 caso nel Sichuan); 1 nuovo caso sospetto, importato dall’estero (a Shanghai) e nessun nuovo decesso, mentre gli Stati Uniti, per fare un esempio, avevano registrato 7.382.194 casi e 209.382 decessi. Il Regno Unito, che ha una popolazione 20 volte più piccola della Cina, ha visto un numero cinque volte maggiore di casi e quasi dieci di decessi.

Sistema centralizzato per la gestione della pandemia

Un articolo pubblicato sulla rivista medica The Lancet – Infectious Diseases intitolato China’s successful control of Covid-19 illustra le ragioni per cui la Cina è riuscita a tenere sotto controllo la pandemia nonostante fosse stata l’epicentro del virus e il Paese inizialmente con più malati e morti. Questo è stato possibile soprattutto grazie a:

  • un sistema centralizzato di risposta alle epidemie
  • restrizioni molto severe (durante il lockdown solo un membro della famiglia era autorizzato a uscire di casa per comprare beni di prima necessità, per esempio)
  • un efficace sistema nazionale di contact tracing
  • la capacità di aumentare la produzione di mascherine e camici clinici
  • l’accettazione dell’uso obbligatorio della mascherina da parte della popolazione senza polemiche o esitazioni
  • un controllo della trasmissione locale che ha lasciato poi il posto alla prevenzione della diffusione del virus dai casi importati.

La maggior parte degli adulti cinesi ha vissuto la SARS e ciò ha fatto sì che la società fosse molta attenta e consapevole di ciò che può causare un’epidemia di coronavirus. “Altri Paesi non hanno ricordi così freschi di una pandemia”, dice Xi Chen della Yale School of Public Health. Un’altra differenza con l’Europa è che solo il 3% della popolazione anziana cinese vive in case di riposo, luoghi ad alto rischio. “La rapidità di risposta della Cina è stata cruciale”, aggiunge il dott. Gregory Poland, direttore del Vaccine Research Group della Mayo Clinic di Rochester, USA.

“In Cina hai una combinazione tra una popolazione che prende sul serio le infezioni respiratorie ed è disposta ad adottare interventi non farmaceutici, con un governo che può imporre forti limitazioni alla libertà individuale, che non sarebbe considerato accettabile nella maggior parte dei Paesi occidentali”, riporta l’articolo. “L’impegno per il bene superiore è radicato nella loro cultura; non c’è l’iperindividualismo che caratterizza gli Stati Uniti e che ha guidato gran parte della resistenza alle contromisure contro il coronavirus”, continua il dott. Poland. A fine agosto Wuhan ha ospitato un mega evento musicale in piscina, con migliaia di persone. L’evento è stato preso di mira dai media stranieri, ma il Global Times – media di proprietà statale – ha detto che l’evento “era un promemoria per i Paesi alle prese con il virus per ricordare che le misure preventive rigorose hanno una ricompensa”.

Ospedali Covid e anziani

Il 5 febbraio 2020, Wuhan ha aperto tre ospedali Covid prefabbricati all’interno di luoghi pubblici come stadi e centri espositivi e sono stati utilizzati per isolare i pazienti con sintomi da lievi a moderati. I pazienti che hanno iniziato a mostrare i sintomi più gravi sono stati rapidamente trasferiti negli ospedali tradizionali. 13mila posti letto che hanno consentito ai pazienti positivi di non isolarsi a casa, riducendo così il rischio di infezione ai membri della propria famiglia.

Il 10 marzo, gli ospedali Covid non sono stati più necessari. L’attenzione della Cina si è spostato dal controllo della trasmissione locale alla prevenzione della diffusione del virus a seguito di casi importati. Tutti coloro che sono entrati nel Paese sono stati testati e messi in quarantena.

Un’altra ragione del successo cinese è legato alla cultura: gli anziani vivono di norma con la propria famiglia o in case vicine. Solo il 3% di loro è ospitato in RSA, luoghi come sappiamo che sono stati veri e propri focolai nella prima ondata in Italia.

Il sistema delle 3 T

Le azioni di sanità pubblica intraprese dalla Cina tra il 29 gennaio e il 29 febbraio, secondo uno studio, potrebbero aver prevenuto 1,4 milioni di infezioni e 56mila morti. Oggi, in Cina i ristoranti, i locali e i negozi sono pieni, il turismo ha registrato un boom incredibile, la gente si accalca in discoteca e quasi nessuno più porta la mascherina. La vita è davvero tornata alla normalità.

Tutto questo è stato possibile con la strategia delle 3T: testare, tracciare, trattare. Un modello che in Italia è stato usato solo in Veneto e che l’Oms aveva caldeggiato per bloccare i contagi, ma che poi è stato totalmente ignorato.

E dunque: tamponi a tutti non appena c’è un caso positivo; tracciamento automatico dei contatti attraverso la capillarissima presenza di telecamere che registrano da anni spostamenti, comportamenti e dati biometrici, come il riconoscimento facciale, e analisi dei big data attraverso app, incrociate anche con dichiarazioni spontanee dei cittadini. E infine isolamento e trattamento sanitario.

La “diplomazia del vaccino”

Intanto, Pechino ha autorizzato l’uso di emergenza dei vaccini sperimentali e ha iniziato a somministrare dosi a luglio. Il presidente Xi Jinping ha assicurato che sarà un “bene dell’umanità” e promette di fornirlo anche ai Paesi in via di sviluppo. Xi ha fatto partire quella che negli ambienti internazionali è già stata ribattezzata la “diplomazia del vaccino”.

La risposta della Cina alla pandemia non può essere applicabile a tutti, perché ogni Paese ha il proprio sistema sanitario e la propria curva epidemica. Anche altri fattori come il coordinamento tra i settori governativi e il rispetto civile delle normative possono influire sull’efficacia della risposta. Difficile dire che ovunque, Italia compresa, saremmo disposti ad accettare un livello tale di controllo per tutelare la salute collettiva, e far ripartire l’economia.