L’ameba mangia-cervello entra nel nostro organismo attraverso il naso e provoca una infezione molto rara, ma anche molto pericolosa. 

La Naegleria fowleri, chiamata comunemente ameba mangia-cervello, è un microorganismo unicellulare le cui infezioni sono talmente rare che non sorprende affatto che un caso confermato nei giorni scorsi in una persona che nuotava in un lago in Iowa abbia attirato così tanta attenzione.

L’ameba mangia-cervello, infatti, provoca una malattia chiamata meningoencefalite amebica primaria (Pam), estremamente rara, ma anche estremamente pericolosa. “Il tasso di mortalità è superiore al 97%, scrivono al riguardo i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc). “Solo 4 persone su 154 infezioni confermate negli Stati Uniti dal 1962 al 2021 sono sopravvissute”. Ma di cosa si tratta esattamente?

Ecco alcune cose da sapere sulla microscopica ameba mangia-cervello.

Le infezioni negli esseri umani sono rare, ma devastanti. L’ameba mangia-cervello, infatti, può entrare nel sistema nervoso centrale attraverso il naso ( e non semplicemente bevendo acqua contaminata), provocando la distruzione dei tessuti, e il decesso. “Per essere infettato, l’ameba deve arrivare molto molto in alto nel naso”, aveva spiegato nel 2013 a Npr l’epidemiologo Raoult Ratard. “Nella parte superiore del naso c’è una piastra ossea sottile come la carta con un mucchio di buchi, un po’ come una zanzariera. Questi buchi servono al nervo olfattivo ed è così che l’ameba, strisciando sul nervo, entra nel cervello”.

Una volta entrata, l’ameba mangia-cervello provoca, in una media di 5 giorni, una serie di sintomi. I primi a comparire sono un forte mal di testa, febbre, nausea e vomito. Da qui, l’infezione progredisce molto rapidamente, con lo sviluppo di stati mentali alterati, allucinazioni, convulsioni, coma, fino al decesso, che solitamente avviene entro un massimo di 18 giorni dall’inizio dei sintomi. Il meccanismo che causa la morte, come riporta Npr, è in realtà il gonfiore del cervello, come risultato sia del rilascio da parte dell’ameba di molecole tossiche che dei tentativi del sistema immunitario di combattere l’invasore.

“La meningoencefalite amebica primaria è difficile da rilevare perché la malattia progredisce rapidamente, e solitamente la diagnosi viene effettuata dopo il decesso”, spiegano dai Cdc, attraverso una biopsia cerebrale, oppure con l’analisi del liquido cerebrospinale. Tuttavia, aggiungono gli esperti, il rischio di infezione è “molto basso”.