Pensioni: sindacati e M5S in pressing contro il ritorno della Fornero nella task force di Draghi

Il confronto tra Governo e parti sociali sulle pensioni scatterà il 27 luglio quando mancheranno solo 5 mesi al “pensionamento” di Quota 100. Ma è già intenso il pressing su Palazzo Chigi e sul ministero dell’Economia per evitare un ritorno “integrale” alla riforma Fornero.

Un ritorno considerato “impensabile”, oltre che dai sindacati, anche dai Cinque Stelle. Anche nel Pd c’è chi punta su una nuovi meccanismi di flessibilità in uscita. Ma a via XX Settembre si continua a guardare alle varie ipotesi sul tavolo, da Quota 41 all’anticipo a 63 anni d’età della sola quota “contributiva “ dell’assegno, con molta cautela e con un certo distacco.

Maggioranza e sindacati in fermento sul dopo Quota 100

Da mesi i sindacati invocano la riapertura del tavolo su Quota 100. Fin qui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha sempre preso tempo affermando che la priorità andava data alla definizione della riforma sugli ammortizzatori sociali e alle misure per la salvaguardia dell’occupazione. Ma ora la convocazione è arrivata: l’appuntamento è per il 27 luglio.

Per l’Orlando la priorità è rappresentata dagli assegni pensionistici da garantire ai giovani, ai quali non si potrà chiedere di sopportare gli eventuali costi di nuovi interventi. I sindacati chiedono a gran voce di arrivare entro l’anno a un intervento complessivo sulla previdenza che parta dalle indicazioni contenute nella loro proposta unitaria, a cominciare dall’introduzione di flessibilità in uscita dopo i 62 anni d’età e dalla possibilità di pensionamento con 41 anni di contribuzione, a prescindere dall’età anagrafica.

Una posizione in gran parte condivisa dal M5S, come è emerso dall’incontro con una delegazione di Cgil, Cisl e Uil del 19 luglio. I Cinque stelle, che considerano impensabile un ritorno alla “Fornero”, chiedono una riforma organica della previdenza per delineare nuove forme di flessibilità post-Quota 100 ed, eventualmente, rendere anche possibili le uscite con 41 anni di contribuzione. E la cosiddetta “Quota 41” è un cavallo di battaglia della Lega, che continua a insistere per consentire in qualche modo i pensionamenti dal 62esimo anno d’età. Il Pd è favorevole alla flessibilità in uscita ma non si sbilancia, forse in attesa che la partita entri nel vivo a settembre, in vista del varo della prossima legge di bilancio.

Inps: lavoratori fragili e lavori gravosi

Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, nelle scorse settimane ha caldeggiato la proposta che offrirebbe la possibilità di beneficiare al compimento dei 63 anni d’età (e con almeno 20 anni di contributi) la quota “contributiva” dell’assegno per poi usufruire anche della eventuale fetta “retributiva” al raggiungimento dei 67 anni. Una soluzione che non impatterebbe troppo sui conti pubblici: 443 milioni il 1° anno per poi arrivare a poco più di 2 miliardi il decimo anno.

In ogni caso l’Inps nell’ultimo rapporto annuale sottolinea che “la scelta che farà il legislatore rispetto ad un possibile intervento” dovrà “tener conto del crescente livello di spesa pensionistica rispetto al Pil a normativa vigente e delle tensioni che ci saranno nei prossimi anni sul denominatore anche a seguito della crisi pandemica oltre a quelle già note che agiscono sul numeratore e dovute a fenomeni demografici difficilmente controllabili”.