Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, si attende una nota di avvertenza da parte dell’Ema su una maggiore attenzione nel somministrare il vaccino anti Covid di Astrazeneca alle donne che prendono la pillola, che è un farmaco pro-trombotico, o che hanno difetti della coagulazione. Lo ha dichiarato nel corso della trasmissione ‘Porta a Porta’ in onda martedì sera.

Sulla sicurezza del vaccino Astrazeneca, pur invitando ad attendere la valutazione finale dell’Agenzia Europea del Farmaco, Palù ha spiegato: “Il rapporto rischi-benefici per il vaccino di Astrazeneca è nettamente a favore dei benefici“.

Nel corso di una recente intervista al ‘Corriere della Sera’, Giorgio Palù aveva già spiegato a proposito del caso Astrazeneca: “È improbabile un nesso causale diretto tra vaccinazione e decessi. Al massimo potrebbe esserci una concausa nel senso che i problemi potrebbero riguardare solo persone predisposte a sviluppare queste patologie”.

Ancora Palù: “Bisognerà vedere se le donne morte in Germania avevano condizioni predisponenti la trombosi come l’assunzione di pillola anticoncezionale oppure altre alterazioni di base della coagulazione”.

Il professor Palù si chiede se le donne coinvolte (6 su 7) prendessero la pillola contraccettiva o avessero condizioni di base che potessero favorire la coagulazione del sangue. Tutte domande cui verrà fatta presto chiarezza dall’EMA, che sta analizzando nel dettaglio tutte le cartelle cliniche dei soggetti coinvolti negli eventi tromboembolici dopo la vaccinazione. Per quanto concerne la pillola contraccettiva, lo studio “Venous thrombosis in users of non-oral hormonal contraception: follow-up study, Denmark 2001-10” citato anche dall’AIFA indica che in Danimarca, tra il 2001 e il 2010, il tasso di eventi tromboembolici è stato di 2,1 per anno ogni 10mila donne che non usavano la contraccezione orale; di 6,2 tra chi usava la pillola contraccettiva; di 7,8 tra chi usava l’anello vaginale; e di 9,7 tra chi usava il cerotto.

Ma non tutti i farmaci contraccettivi sono uguali. Come sottolineato sul portale della Fondazione Veronesi dalla professoressa Rossella Nappi, docente di Clinica Ostetrica e Ginecologica dell’IRCCS Policlinico San Matteo – Università degli Studi di Pavia, il rischio di trombosi tra le donne che prendono i contraccettivi c’è ma è molto basso, nell’ordine di 5-12 donne ogni 10mila (che è comunque sensibilmente superiore a quello delle vaccinazioni finite sul banco degli imputati). Come spiegato dalla scienziata, “ai contraccettivi a base di levonogestrel, norgestimato e noretisterone sono associati i più bassi pericoli (tra i 5 e i 7 eventi di tromboembolici su 10 mila donne), mentre le percentuali aumentano in caso di progestinici con etonogestrel e norgestromina (dai 6 ai 12 casi) con picchi più alti fra le pillole contenenti gestodene, desogestrel e drospirenone (dai 9 ai 12 eventi)”.

“Per i restanti contraccettivi oggi in commercio (clormadinone, dienogest e nomegestrolo) – aggiunge la professoressa Nappi – i dati disponibili in letteratura non sono sufficienti per esprimere un eventuale rischio effettivo o possibile”. La ricercatrice sottolinea anche che l’incidenza della trombosi è di ben 40-50 casi ogni 10.000 donne in gravidanza, mentre nei 40 giorni dopo parto – il puerperio – tali probabilità “possono elevarsi a 150-200 ogni 10.000 puerpere”. Insomma, ci sono condizioni in cui il rischio trombosi può essere particolarmente elevato, e sicuramente la pillola contraccettiva può in alcuni casi innalzare le probabilità; gli scienziati dovranno dunque valutare attentamente il rapporto tra costi e benefici della vaccinazione con AstraZeneca, nel caso in cui venisse confermato tale legame.

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