Comunemente si crede che l’osteoporosi sia una componente inevitabile del processo di invecchiamento. E’ possibile prevenirla con l’alimentazione?

Con il termine vitamina D si indica un gruppo di steroidi costituito da 5 diverse vitamine, di cui la forma D2 (ergocalciferolo) e quella D3 (colecalciferolo) sono le più importanti. Si tratta di una sostanza ormonale presente in piccole quantità in certi alimenti e prodotta in larga parte dall’organismo a livello della cute per azione della luce solare: può essere sintetizzata e accumulata durante i mesi estivi, per averne una riserva adeguata durante le stagioni più fredde.

La sua rilevanza all’interno dello sviluppo del tessuto osseo fu evidenziata già agli inizi del Novecento, quando si portarono alla luce i disastrosi effetti generati dalla mancanza di luce solare sullo scheletro di bambini e adolescenti, configurando il cosiddetto rachitismo infantile. La vitamina D, infatti, gioca un ruolo chiave nel sistema di regolazione del calcio, promuovendone l’assorbimento a livello renale e intestinale, e l’apporto nutrizionale di calcio è fondamentale per lo sviluppo scheletrico e la mineralizzazione della cartilagine, oltre che per l’accumulo della massa ossea durante la crescita.

L’apice di massa ossea deriva dall’interazione tra fattori genetici/ormonali e fattori ambientali (come nutrizione e attività fisica): i primi influiscono per il 70-80%, specialmente nel periodo giovanile, mentre i secondi per il restante 20-30% ed è solo su questi ultimi che è possibile agire, controllando lo stile di vita e l’apporto di calcio attraverso la dieta o l’integrazione farmacologica.

Il latte e i prodotti lattiero caseari sono una fonte privilegiata per l’approvvigionamento di calcio e la loro eliminazione dal regime alimentare è un fattore ad alto rischio di scarsa mineralizzazione del tessuto osseo: spesso i più giovani ricorrono a diete fai-da-te, riducendo in maniera drastica il consumo di latte e derivati perché considerati troppo calorici, determinando così un accumulo ridotto di massa ossea, il più delle volte associabile a fratture. In realtà, alcune verdure sono ancora più ricche di calcio rispetto ai formaggi, ma contengono anche molte fibre, che ne riducono l’assorbimento intestinale. Dunque, non conta tanto la quantità di minerali contenuta nei singoli alimenti o nella dieta in genere, ma la percentuale assorbita e utilizzata dall’organismo: si parla allora di biodisponibilità.

Le abitudini alimentari, insomma, rappresentano un aspetto notevole nell’equilibrio di entrate e uscite di calcio e nella prevenzione di condizioni come l’osteoporosi, in cui lo scheletro subisce una riduzione della resistenza ossea, con conseguente fragilità e pericolo di rottura. Il corpo si serve di un continuo processo di rimodellamento per mantenere integre le funzionalità delle ossa; secondo questo processo, gli osteoclasti provvedono alla rimozione del tessuto osseo invecchiato e gli osteoblasti formano quello nuovo. L’armonia tra queste attività dipende proprio da fattori come l’apporto di calcio e la produzione di vitamina D.

Comunemente si crede che l’osteoporosi sia una componente inevitabile del processo di invecchiamento, considerata quasi una malattia della terza età, ma a ben guardare è possibile prevenirla proprio con il giusto apporto di calcio sin dalla giovinezza. Nel 2003 la dottoressa Heidi Kalkwarf ha studiato i dati del terzo National Health and Nutrition Examination Survey, appartenenti a 3251 donne bianche dai 20 anni in su, alle quali era stata chiesta la frequenza di consumo di latte durante la loro infanzia e adolescenza. Si è osservato che le donne più giovani che da piccole bevevano meno di una porzione di latte presentavano una densità minerale ossea minore di quelle che ne bevevano di più, e che tra le donne più anziane un’assunzione di latte insufficiente durante l’infanzia portava ad un rischio di fratture ossee due volte più grande.

Il latte infatti ha un complesso insieme naturale di nutrienti che, rispetto ad altri alimenti altrettanto ricchi di calcio, contribuisce più intensamente alla sopravvivenza dell’integrità scheletrica.

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