Yara Gambirasio, le ultime notizie sulla storia più lunga e controversa d’Italia

È una storia lunga e controversa che tiene con il fiato sospeso tutta Italia quella della scomparsa di Yara Gambirasio. Una storia che, dopo qualche mese, malauguratamente si trasforma non più nella ricerca di una ragazzina scomparsa ma di quella del responsabile della sua morte, che alla fine viene trovato e condannato all’ergastolo nel 2018. Andiamo per ordine.

Massimo Bossetti: la denuncia contro i magistrati di Bergamo

Su quest’ultimo capito processuale indaga la Procura di Venezia, che dovrà deliberare se confermare o negare il rifiuto di mettere a disposizione alla difesa di Bossetti i reperti del caso Yara Gambirasio. Ma Claudio Salvagni e Paolo Camporini hanno mosso delle accuse sulla modalità di conservazione dei reperti. La Corte di Cassazione ha già deliberato sulla questione più volte, dichiarando che i magistrati bergamaschi potrebbero dare il consenso a prendere visione dei reperti. Ma poi la Corte d’Assise di Bergamo si è opposta, scatenando la reazione della difesa Massimo Bossetti.

I legali hanno così annunciato la loro reazione, come reso noto dall’avvocate Claudio Salvagni che ha scritto un post su Facebook nel quale si legge: “Massimo Bossetti è innocente. Se mai avessi avuto dei dubbi, ora ne ho la certezza. Il non risultato ottenuto con la nuova pronuncia della Assise di Bergamo è, nuovamente, la dimostrazione della piena innocenza di Bossetti e che è semplicemente, al pari di tanti e tanti altri ingiustamente condannati, vittima di un sistema sordo e cieco.

Cosa nascondono quei reperti e campioni di così tremendo? Cosa si vuole celare alla difesa? Perché negare pervicacemente qualcosa a cui eravamo già stati autorizzati? Mi domando se sia da Paese civile impedire, sempre e comunque, alla difesa di esaminare l’unica prova che ha portato alla condanna all’ergastolo una persona”.

La denuncia dei legali di Massimo Bossetti è la risposta al “no” della Corte d’Assise di Bergamo emesso lo scorso 3 giugno, una decisione considerata sospetta visto che la Corte di Cassazione aveva sancito il diritto della difesa a queste analisi.

La scomparsa di Yara e il ritrovamento del corpo

I fiumi di inchiostro e le innumerevoli ore di approfondimenti televisivi e servizi di telegiornali, che hanno inorridito e tenuta incollata agli schermi l’opinione pubblica nazionale, hanno un mese e un giorno precisi: si tratta del 26 novembre del 2010. In una fredda serata di autunno Yara Gambirasio, una ragazzina di 13 anni che abitava a Brembate di Sopra (in provincia di Bergamo), fu aspettata inutilmente dai genitori nell’abitazione di famiglia, a pochi minuti a piedi dalla palestra, dove aveva l’abitudine di allenarsi. Quella sera i genitori attesero un quarto d’ora che la figlia rientrasse dall’allenamento, poi telefonarono alla ragazzina, quindi alla polizia: Yara non tornerà più a casa. Nel frattempo cominciano le ricerche.

Le ricerche si concentrano soprattutto nei pressi un cantiere a 3 chilometri dalla palestra, in località Mapello. È qui che il cellulare di Yara ha agganciato le celle per l’ultima volta. Per tre mesi le ricerche della polizia con i cani molecolari tengono la famiglia Gambirasio sulle spine, ma alla fine la temuta notizia non arriva dai rilevamenti delle forze dell’ordine. È un passante a segnalare il ritrovamento di un corpo lungo un torrente, nei pressi di Chignolo d’Isola, a 9 chilometri dal cantiere. Il cadavere adagiato a terra è quello della giovanissima Yara.

La pista del Dna

Gli esperti della scientifica analizzano minuziosamente quella che fin da subito appare una scena del delitto. Sugli indumenti laceri trovano alcune fibre provenienti dal materiale con cui si producono i sedili delle automobili, mentre le foglie e i semi trovati sotto il corpo esanime sono la dimostrazione del fatto che Yara non è stata spostata, ma ha conosciuto tra capannoni e sterpaglie gli ultimi istanti di vita.

Il corpo presenta ferite ai polsi, al torace, alla schiena e alla gola, ma secondo le forze dell’ordine la ragazzina era ancora viva quando il colpevole, che l’ha violentata, ha abbandonato la scena del crimine, lasciandola agonizzare al gelo. Elemento centrale per l’individuazione del colpevole saranno due tracce di Dna maschile trovate sui leggins e sugli slip di Yara: tutto quel che bisognava fare a questo punto era cercare una corrispondenza, per associare il Dna di “Ignoto 1”, come fu ribattezzato l’uomo il cui sangue era stato ritrovato sugli indumenti della vittima, a un nome e un cognome.

I carabinieri, supportati nelle indagini dagli specialisti del Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS), decisero di non prendere scorciatoie: il metodo adoperato per risalire all’identità di “Ignoto 1” fu semplice (da spiegare) e molto faticoso nei fatti. Si decise di raccogliere quanti più campioni di Dna possibili tra gli abitanti della zona: a cominciare dal cantiere edile di Mapello e passando per gli abituali frequentatori sia della palestra sia di una discoteca nelle vicinanze.

L’individuazione di Giuseppe Guerinoni

La svolta arrivò proprio da quest’ultimo campione di persone. Tra i clienti della sala da ballo, infatti, fu trovata una corrispondenza (vale a dire un legame genetico) con il Dna di “Ignoto 1”: si trattava di Damiano Guerinoni. A quel punto gli investigatori decisero di procedere per associazioni e prelevare il sangue a tutti i parenti dell’uomo, tra cui naturalmente i genitori e alcuni cugini, che rivelarono una corrispondenza ancora più stretta con i residui organici di “Ignoto 1”.

La pista era promettente, ma per fare un ulteriore passo in direzione della verità, i detective dovevano risalire alle caratteristiche biologiche del padre dei cugini di Damiano, Giuseppe Guerinoni, ex autista di autobus, uomo brillante e dongiovanni, deceduto nel 1999. Dopo alcuni accertamenti, si dispose l’esumazione del corpo e gli esami comparativi dimostrarono che “Ignoto 1”, ovvero l’uomo le cui tracce di sangue erano state trovate sui vestiti del corpo esanime di Yara, era al 99,99999987% figlio di Giuseppe Guerinoni, pur non trattandosi di uno dei tre cugini che avevano portato all’identificazione del genitore, i cui campioni erano già stati ottenuti e analizzati dalla polizia senza offrire nessun riscontro definitivo.

Tutto quel che restava da fare era indagare nel passato di Giuseppe Guerinoni, ma era più facile a dirsi che a farsi. Autista di autobus tra vari paesi della provincia bergamasca, Guerinoni aveva naturalmente avuto a che fare con tantissimi passeggeri. È da chi utilizzava abitualmente i mezzi per spostarsi nei comuni dell’hinterland che ripartì la polizia: amici, conoscenze, storie personali. Qualunque link partisse da Guerinoni doveva essere esplorato fino in fondo.

Il lavoro di ricostruzione dura mesi, ma alla fine porta i suoi risultati. Emerge un’altra tessera del complesso mosaico che gli investigatori tentano per anni di ricostruire: si chiama Ester Arzuffi, è stata amante di Guerinoni del quale era rimasta incinta. I due gemelli dati alla luce da Arzuffi vengono però cresciuti dal marito di lei, non si capisce quanto consapevole di non essere il padre biologico dei gemelli. Uno dei due fratelli si chiama Massimo Giuseppe, come il padre biologico, e di cognome fa Bossetti, come il padre acquisito con cui Ester era sposata dal 1966.

Massimo Bossetti nel mirino delle indagini

La polizia aveva tutti gli elementi per dire che Massimo Bossetti, operaio edile libero professionista, fosse il responsabile della violenza e dell’omicidio di Yara. Mancava l’ultima tessera del puzzle: il Dna del principale indiziato. Per ottenerlo, le forze dell’ordine istituirono un posto di blocco per l’alcoltest. Non appena Bossetti passò con la sua auto nei pressi del presidio, venne fermato e con il pretesto di verificare il tasso alcolemico gli venne imposto di soffiare in una cannuccia. Naturalmente gli investigatori erano interessati a tutt’altro: nell’alcoltest infatti si depositò un frammento di Dna.

Che in sede di analisi venne ritenuto quello di “Ignoto 1”: scattò il match. Massimo Bossetti era l’uomo ritenuto responsabile dell’uccisione della 13enne di Brembate. A questo punto tutti i precedenti indizi trovarono la quadra e puntarono a Bossetti, che, nonostante le fibre, il furgone, la calce trovata nei polmoni di Yara, le particelle metalliche dei cantieri, trovate sul cadavere della ragazzina, continua a professarsi innocente.

Chi è Massimo Bossetti

Un profilo psicologico mette in luce una personalità decisamente sui generis: soprannominato “Il Favola” sui cantieri, per l’inclinazione a mentire, perse, nei giorni del carcere, anche il sostegno della moglie, che scoprì che il marito era capace di piangere a comando. La sentenza definitiva arrivò nell’ottobre del 2018: Massimo Bossetti venne giudicato colpevole in terzo grado, con la conferma da parte della Cassazione dell’ergastolo.

Yara Gambirasio, le ultime notizie

Bossetti si è sempre dichiarato non colpevole dell’assassinio di Yara e in una recente lettera è tornato a ribadire la sua innocenza. Non solo per questo il caso di Brembate, che sembrava non dover dare più adito a interpretazioni, è tornato di attualità. Secondo gli avvocati del condannato, infatti, sarebbero comparsi campioni di Dna di cui non si è mai parlato prima. La speranza di Bossetti e del suo avvocato è a questo punto che il processo venga rivisto.