La procura di Venezia sta indagando sul giallo del Dna rinvenuto sugli abiti di Yara Gambirasio. L’inchiesta, come riferisce Il Corriere della Sera va avanti da mesi, nel riserbo più assoluto da parte degli inquirenti.

Da quel che è trapelato, il fascicolo è affidato al procuratore aggiunto Adelchi D’Ippolito che ha iscritto nel registro degli indagati il presidente della Prima sezione penale del tribunale di Bergamo, Giovanni Petillo, e la funzionaria responsabile dell’Ufficio corpi di reato, Laura Epis.

Sia per Petillo sia per Epis– che nei mesi scorsi hanno ricevuto l’avviso di proroga dell’indagine – l’ipotesi è quella prevista dall’articolo 375 del codice penale, vale a dire frode in processo e depistaggio.

Omicidio di Yara Gambirasio, la richiesta di Massimo Bossetti per riaprire il caso

L’indagine è nata da una denuncia di Massimo Bossetti che, dopo essere stato condannato in via definitiva all’ergastolo per il delitto della 13enne di Brembate di Sopra, vuole far riaprire il caso e chiedere la revisione del processo. I dubbi riguardano le tracce biologiche grazie alle quali l’”Ignoto 1” fu individuato proprio nel muratore di Mapello, che, tutt’oggi, si professa innocente.

In particolare, il Dna prelevato dagli slip e dai leggings di Yara, è stato considerato la prova schiacciate che ha permesso agli inquirenti di arrivare a Bossetti e chiudere il caso. Un esame che è sempre stato contestato dai periti chiamati in causa dalla difesa, che lo scorso anno si è vista rigettare la richiesta di riesaminare i reperti confiscati dopo la sentenza definitiva.

Dagli abiti di Yara furono estratti cinquantaquattro campioni, ma per ammissione dei medesimi legali, a dibattimento, si era saputo che la traccia decisiva, quella che permise di arrivare a “Ignoto 1”, non era più utilizzabile perché “definitivamente esaurita”. Tutto finito? No.

Sempre il Corsera, rileva che nella denuncia di Bossetti (che è stato affiancato dal legale Claudio Salvagni), si sostiene che i campioni siano “prima scomparsi e poi ricomparsi”. Inoltre viene mosso il sospetto che il materiale confiscato sia stato “conservato in modo tale da farlo deteriorare”, così da non rendere possibile l’effettuazione di nuove indagini difensive.

In sintesi, Bossetti nutre il sospetto che le tracce in questione siano state lasciate deperire di proposito. L’articolo 375 punisce “con la reclusione da tre a otto anni” il pubblico ufficiale che “al fine di impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale” manomette un corpo di reato.

Prevista una pena ancor più dura se “il fatto è commesso mediante distruzione, soppressione, occultamento, danneggiamento, in tutto o in parte (…) di un documento o di un oggetto da impiegare come elemento di prova”.

Omicidio di Yara Gambirasio, possibile archiviazione dell’indagine

Sulla vicenda non è giunta alcuna conferma da parte del procuratore aggiunto Adelchi D’Ippolito, che però avrebbe già ascoltato diversi testimoni, tra cui la pm Letizia Ruggeri, che fu la titolare dell’inchiesta sull’omicidio di Yara, e alcuni agenti e carabinieri del Ris che lavorarono al caso.

Quindi? Cosa succederà? Al momento si è soltanto nel campo delle ipotesi, ma sempre Il Corriere della Sera racconta che, stando alle indiscrezioni, per ora non sarebbe trapelata alcuna prova di un atteggiamento compromettente.