
Un cucciolo di cane randagio, che aveva condiviso la vita quotidiana con un branco di lupi selvatici in una zona della Macedonia Centrale in Grecia, non è sopravvissuto. L’episodio ha suscitato un dibattito pubblico su come e perché i ricercatori non hanno intervento per salvare l’animale. Il cucciolo, di origine randagia, ha vissuto per oltre quaranta giorni con i lupi, ma è morto dopo un peggioramento del suo stato di salute. La decisione di non intervenire è stata motivata da considerazioni scientifiche e etiche, che hanno prioritizzato la tutela dell’equilibrio ecologico e la minima interferenza nei processi naturali.
Un branco di lupi e un cane randagio in convivenza
Il cucciolo di cane, di colore bianco, ha iniziato a condividere la vita con un branco di lupi selvatici in un’area complessa della Macedonia Centrale, in Grecia. L’animale è stato monitorato da Theodoros Kominos, zoologo dell’Università Aristotele di Salonicco, nell’ambito di un progetto scientifico sul campo. La convivenza tra il cane e il branco si è sviluppata in modo inatteso: il cucciolo partecipava ai giochi dei lupi, seguiva la femmina durante le battute di caccia e si spostava in modo fluido con il resto del branco. Tuttavia, il quadro clinico del cane si è rapidamente aggravato, con sintomi di forte debilitazione e disturbi gastrointestinali. Il cucciolo si è isolato e, dopo tre giorni, è morto.
Le motivazioni scientifiche e le sfide operative
Le motivazioni scientifiche per le quali i ricercatori non hanno intervento per salvare il cucciolo di cane sono state spiegate in seguito alle critiche pubbliche. Il progetto di ricerca aveva come obiettivo la salvaguardia dell’equilibrio della fauna selvatica, e l’habitat in cui si muoveva il branco non era una riserva recintata, ma un’area agricola frammentata. A questa complessità si è aggiunto un incendio che ha spinto i lupi a rifugiarsi nella vegetazione. L’intervento per salvare il cane avrebbe richiesto personale, veicoli e equipaggiamenti veterinari, creando un rischio per gli operatori e per il branco già stressato. Il monitoraggio si svolgeva a circa due chilometri di distanza tramite droni, per evitare qualsiasi contatto visivo o acustico.
La decisione di non recuperare la carcassa dell’animale è stata presa per evitare di disturbare ulteriormente il branco. La squadra di ricerca ha anche scelto di rimuovere i contenuti divulgativi e sospendere i canali di comunicazione al pubblico, a causa di pressioni e toni minatori ricevuti online.
La morte del cucciolo di cane si inserisce in un contesto di mortalità giovanile elevata per il branco di lupi osservato. Dei sei cuccioli nati durante l’ultima stagione riproduttiva, solo uno è risultato sicuramente in vita. Il bilancio delle perdite include un individuo investito da un autoveicolo, due cuccioli rinvenuti privi di vita per cause naturali e due dei quali si sono perse le tracce. La presenza del cane e di altri randagi nella zona è stata valutata come possibile fattore epidemiologico, poiché i canidi domestici possono fungere da serbatoio per patogeni verso cui i lupi non possiedono una copertura immunitaria adeguata.
Questo ha indotto i ricercatori a formulare domande sulla dinamica trasmissiva delle malattie tra animali domestici e selvatici. L’episodio ha lasciato aperta la riflessione sul delicato equilibrio tra la tutela scientifica della fauna selvatica e le aspettative emotive dell’opinione pubblica nei confronti degli animali domestici.
